Note di musica dal deserto – “Battisti e il walkman”

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Quel walkman lì me lo ricordo bene: compatto abbinamento di colori giallo-blu, peso specifico da oggetto contundente, strategico bottoncino arancione in alto a destra atto ad aprire il vano cassetta, altri tre fondamentali tasti nella parte superiore atti a comandare le operazioni di ascolto, cuffie gialle d’ordinanza, pile stilo da 1,5 volt in perenne sofferenza, da cambiare con la stessa cadenza dei pannolini ai neonati.

Quel walkman, però, era intoccabile e inattaccabile, in quanto frutto di decine di merendine ingurgitate e di svariate altre decine di punti collezionati con le merendine del Mulino Bianco, la cui conquista rappresentò uno sforzo titanico tanto che il mio stomaco dovrebbe ancora serbarne qualche scoria alimentare.

A fare la differenza, però, era il devastante rumore emesso dal walkman durante il funzionamento, soprattutto negli spazi chiusi o appartati e nelle ore più calme, quando c’era silenzio; devastante non per l’elevato clangore, ma perché quel suono di ingranaggi al lavoro, di rotelle in costante mulinare, si insinuava lento ma spavaldo nelle orecchie di chi aveva la “fortuna” di stare vicino al possessore del walkman in attività. Una rodata goccia cinese, un instancabile animaletto al lavoro su qualcosa, probabilmente su una tortura legalizzata dalla Barilla.

L’unica speranza era il forfait delle pile.

Oppure che l’ascoltatore se ne andasse da qualche altra parte, in isolamento, senza rompere le scatole a nessuno. Cosa più semplice di giorno, ma di difficile attuazione nelle ore notturne.

Caso voleva che a me la musica del walkman piaceva ascoltarla proprio di notte, prima di dormire, come un libro da leggere a luce spenta, per la somma gioia di mio fratello che a pochi metri tentava di chiudere gli occhi senza essere costretto a imprecare.

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Il mio primo incontro serio con Lucio Battisti, escluso un po’ di televisione, qualche passaggio radiofonico e molta, molta mitologia sul suo conto che avevo distrattamente ascoltato dai grandi, avvenne proprio sulla strada tra la notte e il Mulino Bianco, al crocicchio tra un tegolino e una musicassetta imprestatami non ricordo da chi.

Più che incontro serio, oggi, lo definirei un vero e proprio trip: non riuscivo a smettere di leggere quei libri a luce spenta, non facevo altro che figurarmi tale Linda intenta a muoversi dinoccolata al ritmo di musica e lui che la stava a guardare, immaginavo un quadro con dentro la collina dei ciliegi e il bar di 29 settembre, pensavo ai soldi che finivano il 21 del mese e al perché le mie mani, invece, tremassero sempre, soprattutto se c’era una treccia bionda nei paraggi.

Molte cose mi sfuggivano, avevo voglia di inseguirle all’infinito per comprenderle meglio, altre invece mi si chiarivano, come Francesca che era anche se non doveva essere, non poteva essere, e invece aveva ucciso un’altra anima e forse la ragazza che faceva morire l’uomo d’amore era sempre lei, ancora lei, ancora tu, Francesca. O forse tu, Anna.

Battisti fu una folgorazione incredibile, come poche ne ho avute musicalmente parlando, una cosa che non ti faceva stancare mai, un prato sterminato di canzoni, qualcosa che non finiva più, che non sarebbe finita più neanche in età adulta, scoperta dopo scoperta, tesoro svelato dopo tesoro svelato, senza averlo neanche mai visto veramente.

E’ questo, forse, il segreto del mio Battisti, la piroetta sentimentale, il risvolto filosofico, l’ho capito oggi che sono tre giorni che non smetto, di nuovo, seppure senza quel walkman lì. Non l’ho mai visto, lui, tranne che in vecchi filmati, e l’ho incontrato quando all’esterno del mio mondo giallo e blu si poteva sentire solo rumore di gocce cinesi.

Il che è un po’ come chiudere gli occhi e ascoltare la musica più bella del mondo.

Anche se da fuori sembra solo un ronzio, il rumore di un sogno che funziona male.

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Adios 

Tuco Benedicto Pacifico Juan Maria Ramirez

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Published in: on 19 aprile 2017 at 19:12  Lascia un commento  
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Note di vita dal deserto – “Anni di Milan”

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Trentuno anni.

Tutta la vita meno un po’.

Tutta la mia vita meno quella di un bambino che apre un pacchetto di figurine.

Un bambino a cui non puoi rovinare un sogno; non puoi spiegargli che il tifo esasperato è una malattia grave, che il calcio è una pantomima da invasati, un marciume di interessi, un teatrino di scandali da cui chi ha sale in zucca si tiene ben alla larga, verso cui assumere un atteggiamento sano e distaccato.

No.

A un bambino devi conservare quel poco di poesia che rimane (trentuno anni fa era più facile, fuor di retorica) facendo in modo che sia più grande del resto.

E di poesia del gesto ce n’è stata, a dire il vero.

Tanta, forse troppa, in quantità tale che ognuno può scavare e trovare un verso, una parola, una virgola magari meno nota ma egualmente struggente.

Stavolta non c’entrano i colori o la vuota appartenenza.

C’entra la consapevolezza di un pezzo di vita che ne se va e non tornerà mai più uguale, scoperta dell’acqua calda si dirà, ma ogni volta che ci fai i conti qualcosa, inevitabilmente, va in subbuglio, si agita, come su un pallottoliere dei giorni che non trova pace e che, guardando in avanti, vede un futuro storto, impomatato e vuoto.

Ci sono i ricordi che ci restano attaccati, a quella consapevolezza, ricordi di notti in bianco per il collegamento col Giappone e le sue trombette assordanti, ricordi di litigi con gli amici, di esultanze e di musi lunghi, lunghissimi a volte, di Davide che batte Golia, di pallonetti arcuati, di stop vellutati, di formazioni scritte a penna, dell’attaccamento assurdo, totale, tenero che solo un bambino può avere.

Trentuno anni.

Talmente tanti che ormai li davi per scontati.

E invece di scontato c’è solo il tempo che passa ghignando beffardo, spietato, crudele come un autogol al novantesimo durante la finale di Coppa del Mondo con te stesso.

Adios
Tuco Benedicto Pacifico Juan Maria Ramirez
Published in: on 14 aprile 2017 at 13:41  Lascia un commento  

Note di cinema dal deserto – “Manchester by the Sea” di Kenneth Lonergan (2016)

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E’ sempre il solito stramaledetto discorso.

Prendere un pugno. Prenderne due.

Prenderli in faccia.

Barcollare storditi.

Restituirne, di pugni. Combattere.

Alzare la guardia. Coprirsi. Scoprirsi.

Prenderne ancora. Di quelli letali.

Cadere a terra. Rialzarsi.

O almeno provarci.

Sentire dolore, fin dentro le ossa, fin dentro al cuore, sopra la pelle distrutta.

Memorizzarlo, ripensarci, sfidarlo, il dolore.

«Non ce la faccio.»

Restare a terra, faccia in giù.

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No, non si tratta dell’ultimo film sul pugilato.

Anche se, a ben vedere, almeno in un paio di occasioni vediamo il protagonista, un magnifico, immenso vincitore di Oscar Casey Affleck, prendersi a cazzotti col primo (o quasi) che capita.

Il fatto è che Manchester by the Sea è pieno di gente che fa a pugni. Non in senso pratico, o almeno non solo, ma anche e soprattutto in senso figurato.

Nell’opera terza di Kenneth Lonergan, potente, tragica e devastante, si fa a botte con la vita.

Tema e metafora triti e ritriti, si dirà.

Niente affatto.

Qui ci sono i dettagli, gli sguardi bassi, c’è la leggerezza avvolta da un magma nero, c’è il sale sulle ferite, c’è l’impossibilità di comprendersi, c’è una tomba dove nascondersi, c’è una carrozzina vuota, c’è il silenzio che parla più del resto.

C’è la resa dinanzi a un fuoco che divampa, impossibile da spegnere persino per l’oceano.

Note di cinema dal deserto – “La La Land” di Damien Chazelle (2016)

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C’è stato un momento di La La Land che mi ha gettato nello sconforto più nero. All’uscita del cinema, esattamente, quando ho incrociato un gruppo di illuminate donne attempate che disquisiva, con classe degna di un gruppo di bovini al pascolo, del finale di 50 sfumature di non so che.

Si è trattato di pochi secondi, a dire il vero insufficienti per guastarmi i momenti subito precedenti la visione del film plurinominato all’Oscar (e suppongo anche plurivincitore, tra qualche giorno). Proprio su questo mi soffermerei un attimo: di come va e andrà con l’Academy non me ne frega nulla, nel bene e nel male, da sempre, e non lo ritengo un fattore in grado di influenzare il mio pensiero.

“La La Land” è un gran film e basta.

Per diversi motivi.

In primis, e qui si va più di pancia e cuore che di raziocinio, perché è un atto d’amore. E gli atti d’amore vanno amati, rispettati, appoggiati a prescindere. Soprattutto se sinceri ed incondizionati.

E il film di Damien Chazelle (ma quanto è virtuoso questo 32enne americano? Ce ne eravamo accorti sì, nel riuscitissimo “Whiplash”) altro non è che un puro atto d’amore verso il Cinema (o meglio, verso un certo tipo di Cinema), verso la Musica e verso uno dei suoi figli più “stagionati”, più liberi, più fantasiosi, ovvero il Jazz; verso il Teatro e la recitazione, verso i sogni e le illusioni, verso un modo di inseguire le cose che sa di antico, a rischio estinzione e per questo ancora più tenero nel suo farsi vero, reale, fragile, ancora tremendamente attuale.

Perseguire ed inseguire, piangere e morire, andare in frantumi, ballare fino a notte fonda, passeggiare lungo strade vuote, parlare, ridere, guardare Gioventù Bruciata come se si fosse a scuola, davanti ad una lezione di vita o sotto al balcone di Casablanca: “La La Land” sarà pure un musical che deve molto alla tradizione e sarà pure che, come sostengono alcuni, negli anni d’oro del genere sarebbe stato classificato come un prodotto medio (ma che vuol dire? E poi, ne siamo così sicuri?), ma non si può negare il suo essere fatto di magia, d’oro, di note ed anima, al netto di qualche imperfezione davvero poco rilevante dinanzi al resto.

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Svolazzi pindarici a parte, mi resta da capire cosa pretendere di più da un film che, nell’ordine: snocciola almeno un paio di sequenze esaltanti, vedere inizio (per la caleidoscopica realizzazione) e prefinale (per la sgargiante e al tempo stesso commovente messa in scena); vede i due straordinari protagonisti, lo scostante Ryan Gosling e l’esile azzurrità di Emma Stone, in fantastico stato di grazia, diretti dalla mano ispirata di Chazelle, uno che sembra arrivato da un’altra epoca; regala una manciata di brani inediti superlativi (colonna sonora top di Justin Hurwitz), con quell’assolo di piano capace di scorticare vivi anche i cuori più duri; costruisce una scenografia che, seppure evidentemente radicata nel presente, potrebbe benissimo arrivare dagli anni ’50 o giù di lì, dono raro di equilibrismo che mantiene credibilità e tinge tutto di aureo (dopo uno si domanda da dove arrivano tutte le nomination…); e poi, ancora, coreografa e fa ballare con puntiglio, senza stucchevolezze, seduti su una panchina o camminando sul molo, seguendo la scia di una melodia, lasciandoci basiti davanti a un bacio che non arriverà mai.

Se non dentro a un sogno in cui vivere felici.

Adios
Tuco Benedicto Pacifico Juan Maria Ramirez 

Note dal deserto – “Vite che tremano”

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Ti svegli di notte coi vetri che tremano e il cuore che esplode. Ci metti un po’ a capire che si tratta solo di un’automobile rumorosa. E dire che eri già pronto a scappare, dormivi con un occhio aperto e uno chiuso vicino all’uscita, i vestiti addosso e la borsetta con lo stretto necessario nei pressi.

Fai la doccia talmente veloce che neanche ti accorgi di quanto è fredda. Calda ci mette troppo tempo ad arrivare, e tu nudo, privo di “difese” come un lattante, ci vuoi stare il meno possibile. Una cosa stupida, forse, ma non pensi che a quando tornerà. Perché sai che puntualmente torna, e che se ci pensi troppo torna pure prima.

Guardi il telegiornale, i notiziari di tutti i canali, senti cadenze troppo uguali alla tua, vedi facce conosciute, luoghi amati, vedi tutto, di continuo, quasi come per esorcizzare, e invece ti ci scappano le lacrime una volta sì e l’altra pure. Poi ne parli con gli amici, coi parenti, coi colleghi. Parli sempre di quello.

E pensi che abbiamo dato, eccome se abbiamo dato. Invece no, sembra proprio di no. Continuiamo a dare. In ogni modo immaginabile, col bilancino della memoria che verrà colmo all’inverosimile, sgarrupato, pericolante. Regge ancora e non sa nemmeno come.

Arrivi anche a biasimarti, ti ritieni fortunato rispetto a chi trema dal freddo, a chi non sa dove scappare, a chi non può riposare, a chi non ha una spalla su cui piangere, una crepa da controllare, a chi da ore vola in elicottero e affronta la burrasca, a chi si spacca la schiena e non ha tempo da perdere davanti a un foglio bianco.

Ti ritieni fortunato anche se hai perso qualcosa, qualcuno. O tutto.

D’altronde ci sei ancora. Per te stesso e per gli altri.
E allora ti dici che dovresti spaccare il mondo o quantomeno essere forte, fare finta di esserlo per non trasmettere scoramento, per non fare peggio.
Ci provi, lo fai, ci riesci anche, in parte.
Le tue giornate scorrono così.
Poi però, quando torni solo, arrivi persino a chiederti quale sarà il prossimo pezzo destinato a cadere.

E se su quel pezzo ci sarà scritto il tuo nome.

Luca Capponi 
Published in: on 23 gennaio 2017 at 17:31  Lascia un commento  

Note di cinema dal deserto – “Mine” di Fabio Resinaro e Fabio Guaglione (2016)

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Guardi per la prima volta Mine e pensi: non può averlo girato un esordiente.

E invece…

Prosegui nella visione, che via via si fa più interessante, e ripensi: non può essere un esordio, infatti sono in due, ma soprattutto non può essere l’esordio di due registi italiani.

E invece…

Fabio Guaglione e Fabio Resinaro a dirigere, coproduzione Usa-Spagna-Italia, location desertica, cast e respiro internazionale per un’opera capace di sorprendere proprio quando pensi: impossibile.

Che poi è la condizione stessa in cui si trova il protagonista, un efficacissimo Armie Hammer, letteralmente impossibilitato ad andare avanti nel deserto in cui è costretto a fuggire dopo una missione andata male. Il tutto a causa del passaggio imprevisto sopra ad una mina antiuomo pronta a saltare in aria.

Quel deserto che materializza uno scenario dell’anima proprio mentre l’anima, e il corpo, sembrano destinati a restare per sempre imprigionati, ostaggio dei demoni, alla mercé delle fiere notturne nel conflitto che il soldato Mike si trova a combattere, il conflitto più duro, quello contro se stesso.

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Lacerazioni interiori, pugni al cuore, sconfitte, incapacità, scandiscono lo svolgersi degli eventi “immobili” di “Mine”. E qui sta una delle principali abilità dell’italico duo registico: trasformare sapientemente il tormento in immagine, l’esplosione di un ordigno in una catarsi, l’amore in poetica genuflessione, il tutto con ritmo, senso dell’inquadratura, potenza, senza lesinare riflessioni che vanno oltre.

Il soldato comprende che non c’è nemico davanti al mirino del suo fucile di precisione, che l’unico modo per orientarsi è rimpiangere, che l’unico ricordo possibile è una carcassa decomposta dal sole cocente, dalla mancanza d’acqua capace di seccare ma non di prosciugare.

Tempeste di sabbia, grilletti in procinto di, giochi sotterrati, allucinazioni (?) salvifiche sono il centro di una macchina da presa che diventa timbro, imprime, marchia, viaggia intorno e dentro l’uomo, scava fino a riemergere in superficie, fino a tornare segnata, livida davanti al bambino, all’uomo cresciuto come un cavaliere con una spada conficcata nel cuore che aspetta solo di essere estratta.

Magari da una dolce principessa cui giurare amore e fedeltà.

P.s.

Spade e cavalieri in un film di “guerra”?

Impossibile.

E invece…

Adios

 Tuco Benedicto Pacifico Juan Maria Ramirez

 

Note di cinema dal deserto – “300 – L’alba di un impero” di Noam Murro (2014)

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C’è un gruppetto di gente zavorrata che nuota a rana. Senza occhialini, ad occhi aperti nel buio, dall’andatura sembra possano infrangere un record di massa.

Poco più in là altri si danno al lancio del peso (infuocato però), altri al tiro con l’arco da distanze siderali, altri ancora alla lotta sfrenata o al giavellotto.

C’è persino chi corre, scatta, cavalca ribaldo e chi salta come un grillo da altezze proibitive per i bipedi, o da equipaggio a equipaggio; ah sì, perché mi ero dimenticato di dire che tra le varie specialità della casa c’è pure il canottaggio collettivo.

Ma le Olimpiadi non erano terminate da qualche settimana?

E difatti ci pensa uno di loro a spiegarlo, dicendo che i baldi e aitanti giovani altro non sono che «scultori, poeti, artisti…». Insomma, persone poco avvezze alle scorribande fisiche. E per fortuna, dico io, altrimenti questi spostano l’asse terrestre in quattro e quattr’otto.

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Debbo ammetterlo, lo spaesamento si sta impossessando di me.

Tornata la calma momentanea ed osservata la faccenda più attentamente, capisco meglio: data la quantità di fisici scolpiti, di barbe curate e capelli fatti, data la gnoccaggine della totalità degli esseri femminili presenti, ma soprattutto visto che le ultime gironzolano agghindate a bomba mentre i primi perennemente in costume tiratissimo, anche di notte (che poi qui le notti sono illuminate a giorno, boh, sarà una caratteristica del posto), deduco di trovarmi dinanzi ad un reportage trendy da luogo vacanziero fashion. C’è persino una scanzonata coppia intenta ad abusarsi in maniera sguaiata, su un battello, dopo avere fatto conoscenza repentina (tre o quattro frasi mi pare) e un preliminare stringato (tre o quattro fasi mi pare), il che fa molto Ibiza o Formentera o non so cosa.

E invece niente, penso di essermi sbagliato di nuovo.

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Me ne accorgo quando ricominciano a darsele di santa ragione, talvolta al ralenti talvolta no, talvolta in acqua, in aria, talvolta no: trattasi semplicemente una specie di mega spot sul prossimo spettacolare videogame per amanti delle consolle.

Anzi no, cribbio, e per una volta sia benedetta la pubblicità in grado di porre fine alla confusione.

Sì, perché se non fosse per la provvidenziale interruzione dovuta alla reclame, che mi fa tirare un sospiro di sollievo riconducendomi sulla retta via, il secondo capitolo di 300, ovvero L’alba di un impero, poteva tranquillamente essere scambiato per altro.

Tranne, ovvio, che per un film degno di nota.

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Adios

Tuco Benedicto Pacifico Juan Maria Ramirez

Note di cinema dal deserto – “The VVitch” di Robert Eggers (2015)

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Ingranaggio subdolo quello della maggior parte dei trailer: strillo a effetto con tanto di altisonante firma e testata internazionale di appartenenza a punteggiare immagini vivaci scelte per (giustamente) accalappiare potenziali spettatori. Subdolo perché presume che (quasi) tutti i film pubblicizzati siano almeno, giusto per tenerci bassi, dei capolavori, con esiti spesso esilaranti quando non di capolavoro si tratta. Cioè la maggior parte delle volte. Maccio Capatonda ha sapientemente costruito una parte della sua carriera cogliendo gli aspetti burleschi della faccenda, inventando spudoratamente nomi e situazioni e spingendo molti ad interrogarsi in maniera leggera sull’attendibilità dei trailer ufficiali, su cliché e situazioni tipo. Col risultato che, oggi, riesce difficoltoso guardare le clip promozionali di un film senza pensare alle invenzioni del buon Maccio, ma soprattutto senza sorridere quando la clip si prende troppo sul serio, magari riflettendoci pure a posteriori dopo la visione dello stesso film.

Tutto ciò per dire che mi è rimasto impresso il trailer di The VVitch (sì, si scrive così, con due V ravvicinate), lungometraggio attualmente nelle sale che è valso all’esordiente regista Robert Eggers il premio al Sundance Film Festival 2015. Mi è rimasto impresso perché, per una volta, i conti tornano mirabilmente, cioè le frasette che accompagnano il trailer calzano a pennello. Anzi, forse lavorano in difetto anziché in eccesso.

“The VVitch”, infatti, è un film realmente impressionante, potente, spaventevole, un horror basato su racconti, diari e testimonianze d’epoca ambientato in una selvatica landa del New England del 1630 tra credenze popolari, superstizioni, stregoneria e religione. Eggers e la sua truppa hanno saputo creare uno scenario macabro, malato, deviato, plumbeo, fortemente d’impatto, dove il male resta in agguato dietro ad ogni psicotica inquadratura, lacerante e agghiacciante, dietro ad ogni faccia (attori tutti in grande parte), per un affresco satanico che non ha bisogno dell’abuso artificioso di effettistica: siamo  a un tiro di schioppo dalla selva, o forse ci siamo dentro fino al collo, a braccetto con la deviazione, con il peggio, con la parte oscura che gronda sangue ad ogni respiro, con la seduzione del riprovevole.

Non mi va di aggiungere altro su un film che meriterebbe più visioni e tomi di parole, se non che “The VVitch” è arrivato alla fine di un’estate prodiga di titoli interessanti per gli amanti dell’horror (categoria utile a “capirci”, ma credo troppo limitante in certi casi), dal seguito di The Conjuring fino a Lights Out e all’intrigante It Follows, tutti consigliati.

Dunque, buone visioni dal vostro Ernestino Scoppini del “Corriere della lattuga”.

Note di musica dal deserto – Pierangelo Bertoli e i Tazenda

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Quella sera le attese erano altissime.

D’altronde l’anno prima c’era stato un successo incredibile, inaspettato, meritato quale Spunta la luna dal monte. Un brano dall’aura misteriosa, notturna, che per la prima volta proponeva al grande pubblico una ardita miscela di sardo ed italiano, dove al librarsi da usignolo di Andrea Parodi dei Tazenda faceva da contraltare la voce cavernosa di Pierangelo Bertoli, pronta ad arrampicarsi sulle parole fino quasi a issarsi, a trascinare con sé l’ascoltatore verso un cielo di sogni mancati, catene spezzate e lune inafferrabili.

“Spunta la luna dal monte” resta dopo tanti anni un capolavoro di musica popolare, di radici, di terra. Ed all’epoca piacque a tutti. A me, in particolare, fece conoscere sia Bertoli che i Tazenda, rendendomeli più che simpatici.

L’anno successivo quindi ero pronto davanti alla tv. Sia il gruppo sardo che il cantautore emiliano, infatti, tornarono al Festival di Sanremo edizione 1992 dopo il botto di dodici mesi prima. Stavolta, però, ognuno per la sua.

I Tazenda presentarono Pitzinnos in sa gherra (Bambini in guerra), un brano cantato in “logudorese” (il Logudoro sta nella parte centro-settentrionale della Sardegna) che mi colpì subito forse anche grazie al buon Baudo che spiegò alcune cose prima della presentazione. Alcune cose, cioè il titolo. Difatti delle parole non capii ovviamente nulla. Però il soave cantato di Parodi sapeva rapire, infondere ed evocare immagini, giocare di rimando con un titolo impossibile da dimenticare, dipingere con levità tratti inquietanti e premonitori, cesellare l’amore: ed era tutto, era di più persino dei versi in italiano scanditi alla fine del pezzo, seppi poi, scritti da Fabrizio De Andrè, o del testo tradotto che trovai su una rivista qualche giorno dopo, quando famelico aspettavo che la radio passasse nuovamente “Pitzinnos in sa gherra”, che a fine festival si classificò ahimè ottava. Sui significati che, ancora oggi, questo brano conserva purtroppo attuali, credo non si debba aggiungere nulla.

Insomma, i Tazenda si confermarono alla grande nella mia classifica musicale di preadolescente.

Ora però toccava a Bertoli. Ed io, lo ammetto, ero un po’ teso. Speravo con tutto il cuore che quel signore lì facesse bella figura, perché, seppur conoscendo poco o nulla della sua storia e del suo repertorio, aveva l’aria di meritarselo, e mi faceva venire voglia di abbracciarlo ogni volta che lo vedevo. Lui, dalla sua sedia a rotelle, stava seduto a vergare parole eppure pareva un gigante, più alto di tutti gli altri.

La sua Italia d’oro sganciava “missili” in sequenza, senza troppi giri né artifici da pseudo intellettuali. Senza paura di apparire anacronistico nel cantare di povertà, bombe, corruzione e mancanza di lavoro in un paese che, ancora non lo sapevamo, dietro una ostentata ricchezza non faceva altro che nascondere la polvere sotto il tappeto. Con dignità da supereroe, Bertoli portò sul palco di Sanremo quello che aveva sempre cantato facendosi capire da tutti (persino da un bambino come me), ammonendo, sapendo di parlare ad una maggioranza sorda: come ricorda spesso suo figlio Alberto Bertoli, la risma dei soliti Ferrara e Mughini non gli risparmiò critiche ingenerose parlando di canzone qualunquista e populista durante il Dopofestival. Bertoli, per tutta risposta, li mandò a farsi benedire abbandonando lo studio. Pochi mesi dopo sarebbe scoppiata Tangentopoli.

“Italia d’oro” arrivò quarta, medaglia di legno, ed io ci rimasi piuttosto male.

Nulla rispetto a quando, nel 2002, Bertoli ci lasciò che non aveva sessant’anni; quattro anni dopo, a 51 di età, morì anche Andrea Parodi.

Un destino, il loro, scavato nel solco più profondo di un disco in vinile, per noi che non ci stuferemo mai di ascoltare. Ogni volta che ci penso, ridarei indietro la sana attesa, la trepidazione, il dolce fremito di quel Sanremo ’92 pur di sentirli di nuovo duettare insieme.

 

Adios 

Tuco Benedicto Pacifico Juan Maria Ramirez

Note di cinema dal deserto – “…hanno cambiato faccia” di Corrado Farina (1971)

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L’atmosfera è plumbea, nebbiosa, da brughiera di Conan Doyle; sognante eppure dannatamente reale. Un’allucinazione con gli occhi ben piantati a terra, in mezzo al fogliame secco, e le orecchie pronte ad annichilirsi, attaccate all’aria pungente.

Repulsione che attrae, attrazione che respinge.

Il male che seduce, si mimetizza, si fa benevolo, cambia i connotati ma non il senso, teso al controllo, al dominio non imposto, inoculato con dolcezza, suadente, ipnotizzante.

L’uomo pronto a tirarsi indietro spingendosi in avanti, troppo avanti, teso a ribellarsi, a difendere le sue certezze di carta, a sparare: ma le sue sono idee tanto ben confezionate quanto vuote, e le pallottole contengono polvere inebriante di sesso facile, di vivere fasullo, di compromesso, incapaci di colpire.

Ribellarsi, sempre, per poi annuire di rimando.

E se un anelito c’è, soffocato al freddo, consumato dal tempo, non ha altra strada che reprimersi, annullarsi, narcotizzarsi, confondersi tra la nebbia opprimente.

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Recuperatelo, se non l’avete visto, questo film dal piccolo budget diretto da Corrado Farina, regista, documentarista, scrittore, storico autore dei “Carosello” televisivi scomparso da qualche giorno (l’11 luglio, a 77 anni), qui alla sua prima prova per il cinema che vinse anche un premio importante al Festival del cinema di Locarno.

E’ un film tanto assurdo quanto smaccatamente lineare, preciso, tagliente nel suo mostrarsi, per nulla datato e retorico (se non in alcuni passaggi), con un Adolfo Celi al solito mastodontico, vecchie inquietanti Cinquecento-killer, paesi scheletrici, una villa parlante dalle viscere animalesche, LSD in confezione spray, tecnologia che uccide in nome di Marcuse e “vampiri” che mordono con le parole, succhiano con l’anima e uccidono con gli occhi vittime alterate dalla realtà.

Perché hanno cambiato faccia, sì, ma ci sono sempre, riconoscibili più che mai.

Basta guardarsi allo specchio.

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Adios 

Tuco Benedicto Pacifico Juan Maria Ramirez