
Il mondo si divide in due categorie: chi parla anche per non dire niente e chi, invece, per non dire niente resta in silenzio.
Il Biondo, Sentenza, Bob e Charlotte appartengono alla seconda categoria.
Io appartengo alla prima, sarà per questo che mi sta sulle palle chi per dire che non ha niente da dire ci imbastisce su un comizio. Ma questo è un altro discorso.
Insomma, comizi a parte, resta il fatto che il destino è un porco, perché ha deciso che a me toccassero il deserto e quei due figli di cagna, mentre al buon Bob spettassero il Giappone e quell’angelo biondo di Charlotte.
Charlotte è una giovane donna piena di incertezze e meraviglia, un pianeta che consuma la sua noia in una stanza d’albergo al centro di Tokio. Lo stesso albergo dove alloggia Bob, attore di mezza età con tanto di crisi esistenziale pronta a palesarsi, un tipo sarcastico che parla attraverso le espressioni che non mostra. Il problema è che per due americani appena arrivati nella terra del Sol Levante dormire diventa proibitivo a causa del fuso orario. Sarà dunque l’odiata insonnia a farli incontrare.
Alleluia, penserete voi immaginando romanzi rosa o sesso torbido.
Sti cavoli, dico io, perché si vede che non avete mai visto il film della figlia di Francis Ford.
L’incontro tra Bob e Charlotte, infatti, è qualcosa di straordinario.
Una potenza.
Un miracolo, una botta di tenerezza.
Un diario di qualche giorno scritto con il desiderio di non finire mai.
Un tocco di levità.
![]()
Quando qualcosa non mi gira, spesso, metto su il dvd di “Lost in translation”. Non so il perché, ma per me questo film ha un potere taumaturgico.
Vedo questi due esseri persi ritrovarsi poco a poco tra una corsa in strada ed un pugno di sorrisi, li vedo cantare alla luna, parlare, rimettere in moto la bussola della loro esistenza.
Li osservo e penso a me, sperduto in questo cazzo di deserto che non so ancora dove comincia e dove finisce.
Chissà, penso, forse tuffandomi nella loro storia spero che prima o poi stessa sorte mi spetti e che anche io possa ritrovare la retta via. O forse spero il contrario, cioè di rimanere sulla strada sbagliata. Chissà.
Quello che non torna è il resto.
Bob e Charlotte che guardano “La dolce vita” alla tivù.
Bob che riaccompagna in braccio Charlotte, la mette a nanna e la saluta con una carezza sulla spalla.
Charlotte che piange perché non sa più se è capace di amare.
Charlotte che alza le spalle nella maniera più delicata mai concepita da un essere umano.
Bob e Charlotte che si salutano come non vorrebbero, tra un “mi mancherai” e un “non voglio partire”.
Poi l’abbraccio inaspettato, da scolpire.
Ecco, che cosa c’entro io con tutte queste smancerie?
Nulla, lo so.
Però ogni volta continuo a guardare, fino a quella cazzo di scena con quella cazzo di canzone che abbatterebbe pure un orso.
Aspetto quel momento per arrovellarmi sul sussurro incomprensibile di Bob, sul viso di Charlotte che di rimando piange, sorride e saluta che pare quasi sollevato.
Mi arrovello come un cretino e mi lascio sfuggire le realtà dei fatti, cioè di avere sbagliato la classificazione.
In realtà, il mondo si divide in tre categorie.
Chi parla anche per non dire niente e chi per non dire niente sta in silenzio.
E fin qui ok.
Ma poi c’è pure chi per parlare usa le parole dell’amore.
Quelle che solo a pochi è dato conoscere.




